"Requiem" dei Verdena: la recensione!

Finalmente, a poco più di un mese dalla sua uscita, mi sono deciso a scrivere la mia personale recensione di “Requiem”, l’ultimo album dei Verdena.
Ho sempre considerato “Verdena”, l’album d’esordio, una prima esplosione delle loro chiaro potenziale. Era ruvido per via della loro giovinezza, ed è fantastico anche per quello: come una bolla mentre sbandiera rapida mentre si forma, sospinta dal soffio.
Con “Solo un grande sasso” si sentiva che cercavano di incanalare le loro idee, producendo suoni e sensazioni più rotondi, applicando un mirato labor limae che li ha portati a togliere quelle piccole sbavature con le quali si erano fatti conoscere; si percepiva il loro crescere, la loro esperienza nell’imbrigliare ogni piccola idea nel disco, senza lasciarsi scappare niente: la bolla formata, una sfera perfetta che sta sospesa nel vuoto.
In “Il suidicio dei samurai” questa crescita si è completata, e finalmente adulti hanno prolungato la scia della precedente opera, permettendosi suoni più psichedelici e meno rotondo: il vento soffia sulla bolla.
Ed ecco “Requiem”. La bolla scoppia, sbatte su un muro ed esplode. Ritorna il sound ruvido, i tagli improvvisi, i suoni distorti, le urla di Alberto stridono assieme alle corde della sua chitarra. Un ritorno a “Verdena”? Sì, ma solo in un certo senso. Se prima il suono rude era dettato dalla gioventù e l’inesperienza dei Nostri, ora lo è per scelta. Lo hanno voluto così, ed è venuto così. Ci hanno spiazzato i bergamaschi.
Prima di tutto, in questo disco troviamo un intro e tre interludi, che sembrano quasi dividere a comparti l’album.
Pezzi d’attrito come “Don Calisto”, “Isacco nucleare” e “Non prendere l’acme, Eugenio” si oppongono a ballate come “Angie” e “Trovami un modo semplice per uscirne”. “Muori delay” (il primo singolo) e “Was?” sono fulmini, brevi ed intense, ti coinvolgono subito. “Canos” presenta, oltre al titolo, degli ottimi richiami spagnoleggianti, la senti e ti pare di essere su una spiaggia di notte, fiaccole accese ovunque, e voglia di sfogare qualsiasi peso tu abbia dentro.
“Il gulliver” (citazione da “Arancia meccanica”?) e “Sotto prescrizione del Dott. Huxley” sono pezzi che richiamano le ambientazioni del secondo album, elaborati e coinvolgenti ti trascinano nella loro psichedelia.
Ma credo proprio che la canzone migliore, che riesce a rappresentare tutte le atmosfere dell’LP, e oso dire di tutti i loro album messi assieme, con melodia, suoni ipercurati, distorsioni, strappi ruvidi, psichedelia, è senza dubbio “Il caos strisciante”. Divina. Eccola:

Credo di far parte di un incubo, ora io so.. È lì che io sto, gonfio di lividi, come in un film.. Non cambierà mai.. Se te ne vai, insisterò, se te ne vai, ti spingerò, se te ne vai..
Credo di far parte di un incubo, come in un film.. Per sempre nei guai, gonfio di lividi, come in un film.. Non cambierà mai..


E poi, per chiudere, la ghost track che ti riporta con i piedi per terra, “oirartnoc la”. Questo è “Requiem”.
PS: questa sera ho sentito su RaiRadio2 una parte del concerto di Piacenza, nonché l’intervista concessa alla trasmissione. Sono rimasto colpito: la canzone che secondo Roberta, e tutti loro, rappresenta meglio l’album è “Il caos strisciante”, guarda caso la mia preferita.

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