Come ho lavorato nel 2020

Quando termina un anno e ne comincia uno nuovo c’è chi si diletta a definire dei buoni propositi o si ripromette di centrare quelli che ha già. Io di solito non lo faccio, credo che non servano la fine e l’inizio di un convenzionale lasso di tempo per avere dei nuovi obiettivi da raggiungere. Ne approfitto però per ripercorrere quanto successo, conscio che quello che verrà ne sarà ovviamente influenzato.

Il 2020 è stato atipico, per usare un eufemismo. La pandemia e la crisi economica hanno toccato chiunque in diversi aspetti. Per quanto mi riguarda ciò che è cambiato `e stato principalmente il lavoro. Almeno sono fortunato, faccio parte di una categoria che teoricamente con un computer e una connessione internet può lavorare.

D’un tratto si è iniziato a parlare di smart working. Molte aziende non erano pronte o i responsabili non vedevano positivamente la modalità di lavoro da casa, spesso entrambi. Nel mio caso eravamo già pronti: l’ufficio è sempre stato raggiungibile e disponibile ma era suggerito lavorare da casa. Non ho avuto interruzioni e ho continuato a svolgere le mie attività.

È impreciso però chiamarlo smart working, che prevede che il lavoratore possa organizzare orari e durata dei compiti in base alle proprie necessità. La modalità che abbiamo attuato è di sicuro più vicina al telelavoro, ossia seguire all’incirca gli orari d’ufficio ma da casa, dove mi sono adattato.

Lavorare da casa

Il fulcro è proprio l’adattamento. Conciliare ed equilibrare le attività, la gestione di mia figlia, la vita familiare e il tempo libero non è stato per niente facile. Mi sono accorto che spesso ho lavorato più tempo di quanto preventivato, sforando specialmente la sera.

La mancanza di un distacco fisico dal lavoro – ossia alzarsi, salire in auto e tornare a casa – mi impediva di interrompere davvero quanto stavo facendo, ed è un aspetto che devo ancora imparare a gestire bene.

A livello tecnologico, la connessione dati è stata un pensiero per poco tempo, dopo il primo mese di lockdown hanno attivato la fibra FTTC risolvendo almeno questo problema. Gli spazi sono stati un altro discorso: la nostra non è un’abitazione grande e non avevo una scrivania dove potermi basare.

La mia postazione

I primi giorni stavo sul divano direttamente con il laptop su un cuscino porta PC. In seguito ho recuperato tastiera, mouse e un monitor dall’ufficio e ogni giorno mi creavo la postazione sul tavolo della cucina, smontandola per pranzo e la sera. Non proprio comodo.

Ricavare lo spazio per una scrivania è stato il primo passo verso una qualche normalizzazione. Il passo successivo è stato acquistare una sedia da ufficio, così da migliorare la mia postura e togliermi qualche fastidio che stavo iniziando a sentire.

Ho acquistato poi una luce LED per illuminare dietro al monitor e affaticare meno gli occhi. Un paio di auricolari true wireless poi mi hanno permesso di affrontare le numerose chiamate senza l’intralcio di fili, a volte addirittura passeggiando per il salotto.

L’ultima aggiunta è stato il monitor, con cui ho fatto il salto dal Full HD al 4K. Never going back. Il mio notebook ha solo una porta HDMI 1.4 che non supporta i 60Hz, quindi per farlo funzionare a quel refresh rate ho dovuto usare la porta Thunderbolt. Ho quindi preso un cavo USB-C to DisplayPort e per sopperire alla perdita delle porte USB che ricavavo con il dongle USB-C ho acquistato un hub USB 3.0.

Quali prodotti uso?

E il 2021…

Non ho la sfera di cristallo ma la pandemia non se ne andrà dall’oggi al domani. Userò ancora la mia postazione e se ci saranno accorgimenti particolari potrei aggiornare questo articolo. Cercherò di migliorare la gestione del mio tempo sperando di poter tornare in ufficio in sicurezza senza mille accorgimenti. Ho comunque in programma di tornarci qualche giornata, mia moglie non mi sopporta quasi più a casa…


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Scusate, ero impegnato a far finta di vivere

Qualcuno dice che social network come twitter e friendfeed hanno ammazzato i blog. Il mio sicuramente sì. Dai, ammazzato proprio no, diciamo assopito. Qualche guida qua, qualche parere su un gioco là, e poi se ne sta qui senza sporcare, alla mercè dei motori di ricerca e di quelli che arrivano qui perché la loro PS3 è svampata o non vanno d’accordo con GRUB2.
È sabato sera, sono al computer. Il mondo prende e va, io sono dove sto praticamente tutto il resto della settimana. La colpa è del mal di denti. Non fraintendetemi, la mia dentista è molto brava, è la mia bocca che è incasinata. Tra il soffrire goffamente adagiato sul letto con la tavoletta portavivande Ikea riadattata a tavolino per il Dell e il lamentarmi in mezzo al caos e alla ressa di una discoteca dove sono stato invitato, beh, ho scelto l’opzione A e l’ho accesa.
Da quasi un mese ho iniziato a lavorare qui, mi trovo bene. Mi sto ambientando, il prodotto in sviluppo è già abbastanza articolato e non l’ho ancora curiosato tutto come si deve.
Ah, ho violato ogni mio principio etico e morale: mi sono comprato un iPod Touch 8GB. Ho elencato i santi di un paio di mesi di calendario per sincronizzarne la musica sotto Ubuntu, ma ce l’ho fatta e quando ne avrò voglia scriverò come ho fatto, non è complicato. Dovevo trovargli un nome, magari rimanendo nella mia tradizione delle navi di Matrix, ma non trovavo nulla di adatto. Poi Lisa mi ha suggerito uno strappo alla regola e così l’ho chiamato Cypher, nome del traditore della lotta degli umani al controllo delle macchine, non fa una grinza.
Ora, svogliato come pochi, mi guarderò un paio di puntate di qualcosa, o qualche film, sperando di non alzarmi domattina finendo il calendario tirato in ballo prima per il male. Ouch.

Dall'altra parte

Quando lo scorso ottobre ho iniziato il mio anno come assistente di laboratorio tecnico informatico in due scuole medie, e una decina di elementari ad esse collegate, parenti e amici chiedevano «Ah, insegni ai ragazzini ad usare il computer?». La risposta era sempre quella: no. Facevo manutenzione, davo una mano se qualcosa non andava o se qualcuno aveva bisogno di un’indicazione per svolgere qualche azione, suite da ufficio, niente di che. E aggiungevo sempre il fatto che non so insegnare. Negli anni ho insegnato diverse cose a mio padre, mia madre, a Lisa… col risultato di stufarmi, risultare saccente e perdere la pazienza.
Ma. Eccolo, il ma. Finito il contratto mi è stato proposto di tenere qualche ora di aggiornamento per alcuni docenti in una sede elementare con laboratorio completamente nuovo, montato dal sottoscritto non più di 3 mesi fa. Io, dall’altra parte della barricata. Ossignur.
Argomenti? Cos’è una rete, come funziona, com’è organizzata quella su cui lavoreranno durante l’anno. Oggi ho le prime 2 ore (su 6 previste entro metà ottobre), ho preparato delle slides. Ho paura siano poche, ho il sentore che finirò per essere troppo tecnico, troppo veloce, di perdere la pazienza. Ok, avrò davanti una ventina di adulti, non di bambini. Mi sono anche chiesto quale delle due opzioni è peggiore.
Insomma, bel banco di prova oggi per il Vostro. Tra le 17 e le 19 pensatemi, potrei essere il nuovo professor Keating. Oppure ricoverato in psichiatria per una pesante crisi isterica.