Pareri su Lost Via Domus per Ps3

Lo ammetto, e anche fieramente: sono un LOST addicted.

Mi sono fatto prendere da questa serie con la prima stagione mandata in onda su Raidue, guardando in italiano sul canale statale cadetto anche quasi tutta la seconda stagione. Poi il mio livello di coivolgimento mi ha portato a guardare le puntate in inglese e da un pezzo mi tengo in pari con le puntate negli USA.
Un po’ di tempo fa ho sentito parlare dell’uscita di un gioco dedicato alla serie e, poco dopo la sua uscita, l’ho acquistato.
LOST – Via domus, 45 euro circa, per Playstation 3. Il prezzo è anche minore rispetto ai titoli di nuova uscita, solitamente 20 euro di più.
Inizio a giocarci, ottima grafica. Il gameplay è basato sull’avventura: sei tale Elliot, uno dei superstiti del volo Oceanic 815 che non è protagonista della serie TV. Sei in preda a forti amnesie, da quando l’aereo si è schiantato non ricordi chi sei, da dove vieni, cosa facevi. Nel gioco incontri molti dei personaggi del TV show, interagisci con loro parlando e commerciando in oggetti. Esplori l’isola alla ricerca di quello che sei, incontri gli Altri, ti imbatti negli stessi misteri dell’isola visti sul piccolo schermo. Ogni livello del gioco è come se fosse una puntata, comprende il «Nei precedenti episodi di Lost», sigla, chiusura. In ogni puntata ci sono dei flashback che ti aiutano a chiarire la tua storia, giocabili anche quelli. Si ottengono anche informazioni sulla storia, cose che in TV non hai mai saputo, anche se in modo un po’ confusionario.
Tecnicamente parlando, si incontrano spesso dei muri invisibili, ossia non è che puoi andare dove vuoi. D’altronde l’isola è enorme, sarebbe stato un vero problema implementare una giocabilità simile.
Ma poi… immaginatevi la scena: sto giocando per bene, penso di essere più o meno a 7, forse 8 ore di gioco totale. Finisco l’episodio 7… titoli di coda! COSA??? Imprecazioni irripetibili in uno spazio pseudorispettabile come questo blog.
Ebbene sì, il gioco consta di 7 e dico 7 livelli/capitoli/puntate. Sinceramente troppo poco per il rapporto prezzo/longevità.
Giudizio
Non esprimo un voto alfanumerico, traggo solo delle conclusioni. Se si è malati di LOST il gioco è davvero interessante, se non si conosce la serie meglio lasciare perdere. E’ vero, è fatto bene, ma il consiglio è di non comperarlo nuovo (almeno per Ps3, quello per PC costa 20 euro, quindi dà più l’idea di essere uno sfizio). Prendetelo usato magari da eBay, la durata del gioco taglia davvero le gambe.

"Requiem" dei Verdena: la recensione!

Finalmente, a poco più di un mese dalla sua uscita, mi sono deciso a scrivere la mia personale recensione di “Requiem”, l’ultimo album dei Verdena.
Ho sempre considerato “Verdena”, l’album d’esordio, una prima esplosione delle loro chiaro potenziale. Era ruvido per via della loro giovinezza, ed è fantastico anche per quello: come una bolla mentre sbandiera rapida mentre si forma, sospinta dal soffio.
Con “Solo un grande sasso” si sentiva che cercavano di incanalare le loro idee, producendo suoni e sensazioni più rotondi, applicando un mirato labor limae che li ha portati a togliere quelle piccole sbavature con le quali si erano fatti conoscere; si percepiva il loro crescere, la loro esperienza nell’imbrigliare ogni piccola idea nel disco, senza lasciarsi scappare niente: la bolla formata, una sfera perfetta che sta sospesa nel vuoto.
In “Il suidicio dei samurai” questa crescita si è completata, e finalmente adulti hanno prolungato la scia della precedente opera, permettendosi suoni più psichedelici e meno rotondo: il vento soffia sulla bolla.
Ed ecco “Requiem”. La bolla scoppia, sbatte su un muro ed esplode. Ritorna il sound ruvido, i tagli improvvisi, i suoni distorti, le urla di Alberto stridono assieme alle corde della sua chitarra. Un ritorno a “Verdena”? Sì, ma solo in un certo senso. Se prima il suono rude era dettato dalla gioventù e l’inesperienza dei Nostri, ora lo è per scelta. Lo hanno voluto così, ed è venuto così. Ci hanno spiazzato i bergamaschi.
Prima di tutto, in questo disco troviamo un intro e tre interludi, che sembrano quasi dividere a comparti l’album.
Pezzi d’attrito come “Don Calisto”, “Isacco nucleare” e “Non prendere l’acme, Eugenio” si oppongono a ballate come “Angie” e “Trovami un modo semplice per uscirne”. “Muori delay” (il primo singolo) e “Was?” sono fulmini, brevi ed intense, ti coinvolgono subito. “Canos” presenta, oltre al titolo, degli ottimi richiami spagnoleggianti, la senti e ti pare di essere su una spiaggia di notte, fiaccole accese ovunque, e voglia di sfogare qualsiasi peso tu abbia dentro.
“Il gulliver” (citazione da “Arancia meccanica”?) e “Sotto prescrizione del Dott. Huxley” sono pezzi che richiamano le ambientazioni del secondo album, elaborati e coinvolgenti ti trascinano nella loro psichedelia.
Ma credo proprio che la canzone migliore, che riesce a rappresentare tutte le atmosfere dell’LP, e oso dire di tutti i loro album messi assieme, con melodia, suoni ipercurati, distorsioni, strappi ruvidi, psichedelia, è senza dubbio “Il caos strisciante”. Divina. Eccola:

Credo di far parte di un incubo, ora io so.. È lì che io sto, gonfio di lividi, come in un film.. Non cambierà mai.. Se te ne vai, insisterò, se te ne vai, ti spingerò, se te ne vai..
Credo di far parte di un incubo, come in un film.. Per sempre nei guai, gonfio di lividi, come in un film.. Non cambierà mai..


E poi, per chiudere, la ghost track che ti riporta con i piedi per terra, “oirartnoc la”. Questo è “Requiem”.
PS: questa sera ho sentito su RaiRadio2 una parte del concerto di Piacenza, nonché l’intervista concessa alla trasmissione. Sono rimasto colpito: la canzone che secondo Roberta, e tutti loro, rappresenta meglio l’album è “Il caos strisciante”, guarda caso la mia preferita.

Verdena @ New Age (Roncade, TV), 2 marzo 2007

Lisa e io siamo partiti alle 18. Il viaggio è stato scorrevole fino a quando ci siamo quasi persi, mandati dalle nuove rotatorie verso Montebelluna.
Arrivati a Roncade abbiamo preso la seconda uscita, quasi non segnalata, per la zona industriale. Nemmeno un cartello indirizzava al New Age, l’abbiamo trovato grazie alla precisissima indicazione di due anime pie, «È uno di questi cancelli». L’orario ci consentiva di mangiare qualcosa, così ci siamo infognati in un paio di vicoli ciechi prima di trovare una bella pizzeria sulla strada principale che consiglio per il cibo ma non per il prezzo del coperto.
Tornati verso il New Age i parcheggi si erano riempiti, gente beveva lattine di birra da mezzo accanto ai bauli aperti. La temperatura non era troppo bassa, grazie all’inverno-noninverno di quest’anno.
All’ingresso del locale non capiamo come funziona l’entrata, e poi l’illuminazione: il New Age è un locale riservato ai soci ARCI, cosa che permette ai gestori di risparmiare su tasse varie, e di conseguenza concede prezzi di ingresso (stavolta erano 13 euri) e consumazioni più bassi. 8 euri di tessera e si entra, ed è valida un anno, quindi ci torneremo.
Il locale non è come me lo aspettavo: pensavo fosse quasi un capannone, con palco grande, tipo Estragon, invece è abbastanza piccolo, palco minimale per i gruppi, in poche parole un classico club.
Lisa decide la location da dove seguire il concerto, ossia dietro la console dove c’è il mixer, distante meno di una decina di metri dal palco e alla stessa altezza. L’audio e la visuale sono perfetti. La cosa “negativa” è che il tecnico del suono mette proprio sul mixer la scaletta del concerto, e noi fin dall’inizio ci roviniamo la sorpresa dei pezzi suonati.
Alle 23 le luci si spengono e il palco che viene inondato dal fumo segnano l’inizio del concerto. Sul palco entra il gruppo che, a mio parere, da prima del 2000 ha dato nuova linfa e speranza al rock targato Italia: i Verdena, Alberto Ferrari (chitarra e voce), Roberta Sammarelli (basso e seconda voce, nonché ragazza di Alberto) e Luca Ferrari (batteria, nonché fratello di Alberto).
Il concerto si apre con “Mina”, traccia del loro terzo album “Il suicidio dei samurai”, seguita da “Ovunque”, traccia di apertura del primo album “Verdena”. Sembrano quasi in qualità cd, segno che non stanno sforzando, anzi sembrano quasi scazzati. Qualcuno urla richieste di loro canzoni, così Alberto infastidito risponde «Ora suoniamo un pezzo dei Marlene Kuntz», suscitando l’ilarità di quelli che rispettano le scelte del gruppo.
Da qui in poi parte il casino, Alberto tira la voce a livelli da esplosioni di vena, Roberta sbarella, Luca è esaltatissimo e sembra cantare le parole scritte dal fratello, invece sono solo ampissime smorfie da batterista. Gli assoli e le improvvisazioni si moltiplicano, tra canzoni conosciute da tutti i fans e inediti che usciranno del nuovo album “Requiem”, in uscita il 16 marzo al prezzo limitato di 15,90 euri.
Suonano in totale 8 pezzi nuovi: 3 addirittura prevedono la chitarra acustica, negli altri si nota una tendenza all’affinamento dei testi, alle partenze lente che sfociano in un grunge davvero cattivo.
I bis (che sapevamo già quali sarebbero stati causa scaletta a vista), 3 pezzi nuovi e uno vecchio, “Ultranoia”, chiudono una buona performance, segnata soltanto da qualche problemino: Alberto ha difficoltà ad accordare la chitarra in qualche occasione e non sa perché, verso la fine gli si rompe una corda, e probabilmente per questo nell’iniziare “Ultranoia” si fermano, e poco dopo ripartono direttamente dal cantato. Ma è il bello del live!
Usciti dal locale siamo tornati verso casa, 2 ore a velocità di crociera per assenza di traffico, tutto è andato bene.
Riassumendo, è stato davvero bello seguire i Verdena in un club, ha fatto sembrare tutto più intimo e non dispersivo come può essere un concerto in grande. Non vediamo l’ora di sentire per intero il nuovo album, per fortuna mancano pochissimi giorni. Grazie ragazzi!